Vivere, è morire psicologicamente al sé

scritto da Insideyou
Scritto 8 anni fa • Pubblicato 2 ore fa • Revisionato 2 ore fa
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Testo: Vivere, è morire psicologicamente al sé
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Un universo delimitato da misure e da distanze, dal movimento e dal tempo, dallo spazio e dalla materia, non può che essere e contenere solamente il limite. Ma l'illimitato non può essere parte del limite, per tale motivo se l'universo fosse davvero limitato, esso sarebbe finito, senza senso, meccanico e morto. Dunque sorge una domanda: è davvero limitato l'universo allora o forse lo è colui che lo misura e che lo rende tale giacché non è in grado di coglierne l’interezza? Se il misuratore è limitato, allora l'universo che ha teorizzato e descritto, esiste solo nella sua ristretta e parziale visione che di fatto, non è altro dunque che una mera e relativa proiezione illusoria.


La realtà viene in essere nel momento in cui la realtà stessa assume una limitata, deforme, parziale e temporanea coscienza di sé stessa nelle forme e nelle misure di un osservatore che attraverso i sensi modella un mondo che la contiene ed in cui si proietta e si trasferisce come una entità indipendente da essa, identificandosi in un nome, in un corpo fisico personale e nelle sensazioni rievocate dalla memoria che lo plasmano e che lo trattengono nel movimento caotico ed illusorio del pensiero: nel suo manifestarsi, l'osservatore tenta così di rendere la realtà imperitura, duratura e certa, proprio per non finire lui stesso e darsi così prosieguo e continuità attraverso ed in essa. Comprendere questa verità, è morire alla prigione dell'egocentrismo e rilegarsi nuovamente liberi con l'integrità dell'immensità; questo è il vero senso del vivere: valicare il limite di sé stessi consapevoli di non poterlo volere o riuscire ad attuare, per ritrovarsi all'improvviso e senza saperlo, nel silenzio dell’incommensurabile.

***

Erano dei malesseri improvvisi che lo sorprendevano quasi sempre impreparato a gestire quei profondi e lancinanti dolori fisici, che lo tediavano oramai durante tutto il giorno e che lo trucidavano poi reiteratamente in quelle lunghe ed estenuanti notti insonni.
Qualcosa stava cambiando in lui e quando si rivolse ai medici per chiedere aiuto e sapere cosa avesse, scoprì che un male incurabile, improvviso, fulmineo e molto cruento, lo stava velocemente divorando.

Non gli restata molto da vivere, addirittura forse solo qualche mese, dicevano quei dottori. La sua vita così cambiò: la sua routine era stata divelta da quella orribile sentenza e come quando un condannato si incammina al patibolo per essere giustiziato, ogni momento che gli rimaneva era divenuto per lui una condanna, una esecuzione ed una costante persecuzione interiore addotta da quella perversa e sottile paura di finire.

La morte è davvero strana. Tutti dobbiamo morire prima o poi, eppure se improvvisamente si viene a sapere che si dovrà morire tra qualche mese o tra qualche anno al massimo, per una malattia inguaribile o altro, allora si entra nel baratro della disperazione e non si vive più.
Uno potrebbe morire adesso, tra qualche istante o domani e non saperlo affatto sino a quando ciò non accadrà, che differenza fa allora conoscerlo prima? Se si dovesse sapere che tra un paio di mesi o tra un anno si morirà, come ci si comporterebbe? Si darebbe estrema importanza ai rapporti? O si cercherebbe di soddisfare tutti i desideri che verrebbero a mancare? Si vivrebbe senza nessun domani pensando però egoisticamente ancora a sé stessi camuffando la paura con la parola coraggio, o ci si abbandonerebbe ad ogni istante della vita che accade senza scelta e senza più il caotico rumore del pensiero che seziona, divide e corrompe?

Tutte queste domande ci fanno capire che anche per morire, occorre sapere vivere ed i più vivono invece nella reiterazione stagnante delle stesse abitudini, che è un certo rifugio apparentemente inviolabile di una differente morte interiore in vita. Ciò che però assume una peculiare constatazione, è osservare la paura della morte negli occhi dell'altro che lo sa: in quello sguardo c'è il vedere l'azione del sé che con arroganza e presunzione poggia sulla relazione il suo dolore e la sua sofferenza, non quella dell'altro, perché vuole sfuggire lui stesso a quella realtà che immagina potrebbe ritrovarsi a vivere: la rifiuta, non gli appartiene, non vuole averci a che fare, teme di cadere lui stesso in quella sorte e pertanto si isola nel pianto del dolore o nella finzione della distrazione, per cercare uno scampo dalla sua stessa evanescenza.

Se l'altro è un conoscente qualsiasi, quel timore nasconde semplicemente la paura personale di morire; se l'altro è un parente, un amico o una persona molto cara, quasi sempre invece quel dolore sottintende la paura della perdita, il vuoto che si avrà poi e l'insicurezza della privazione della sua presenza, ma non effettivamente la condivisione della morte e della sofferenza dell'altro.

Il dolore infatti non è mai personale, per questo motivo il proprio dolore non è mai compassione, ma rimane pura commiserazione, ricerca di conforto, dissipazione di energia, lo scempio del pensare sempre al piccolo e meschino io, perdendosi nello squallore palese dell'inganno pedissequo di sé stessi che isola e divide. Così, anche muoversi con la mente rifugiandosi nei ricordi del passato o modellando speranze vane in un fantomatico futuro, per definire un sicuro e certo modello temporale di eventi a cui appigliarsi, trastullarsi e poi trattenersi, è ancora isolarsi nell'egoismo.

L'egocentrismo dunque, nelle sue molteplici espressioni e manifestazioni, è davvero sottile e profondamente radicato, è una trama flebile ed invisibile, è lui il vero male da estirpare, è esso stesso una lama estremamente affilata e pungente che non lascia mai scampo alla velleità ed è di fatto quella daga acuminata che trafigge e ferisce inevitabilmente sia la cura che l'affetto.
Per sapere veramente morire occorre perciò davvero dapprima sapere vivere ed il segreto del sapere vivere rettamente, è insito proprio nel morire ad ogni istante in cui il sé tenta di manifestarsi nell'usare quel tempo avidamente per espandersi e reiterarsi nelle sue fantomatiche realtà; solo così ci si può ritrovare ad essere sempre nella gioia del nuovo: la verità può essere solo nella novità, non è sita mai nella certezza, nell'esperienza, nella presunzione, negli scritti, nelle tradizioni, o nella conoscenza dello sperimentatore.

Vivere, è morire istante per istante a sé stessi abolendo la scelta, la volontà e la direzione, ritrovandosi all'unisono con un gaudio interiore senza tempo, senza spazio e senza misure; dunque incommensurabile: perché scoprire e sperimentare allora la verità del sapere vivere e del sapere morire solamente in punto di morte fisica?

La realtà non esiste indipendentemente da te che la sperimenti, perché la realtà che vivi coscientemente esiste solo nella tua mente: oltre tutta questa illusione c'è la verità e lì non c'è posto alcuno per il sé.

Vivere, è morire psicologicamente al sé testo di Insideyou
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